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Tali opposti attributi restano separati e non riescono a convivere in pace quando siamo identificati nell’uno o nell’altro, perché trascuriamo il fatto che uno non escluda necessariamente l’altro. Perché dimentichiamo che in noi gioia e sofferenza dormono nello stesso letto.
Invece tendiamo a stabilirci in uno dei due poli, riducendo di molto la visuale sul nostro panorama interiore. Viviamo in una dimensione duale dove è davvero importante saper distinguere cosa sia eticamente giusto e cosa non lo sia, ma dalla quale potremmo imparare a distinguerci per considerare che in ognuno di noi esiste tutta la gamma possibile di potenzialità, nel bene e nel male. Diventare consapevoli di questo nostro mondo interno fatto di ricchezza e povertà, bontà e malvagità, è un augurabile viaggio evolutivo.
In noi esistono anche gli strumenti necessari per farlo, come una funzione in grado di portarci, mediante un processo di inclusione delle differenze, verso il superamento e l’integrazione degli aspetti censurati e nascosti. Carl Gustav Jung, padre della psicologia analitica, chiamava questa funzione “trascendente” e tale processo ciò che conduce all’“individuazione”. Stiamo parlando della relazione tra l’Io e il Sé, e ciò può avvenire mediante una facoltà potenziale in ognuno di noi: metaforicamente un traghettatore, un Hermes/Mercurio che metta in comunicazione il nostro mondo conscio con quello inconscio e che ci consenta di passare da una frequenza bassa e polarizzata, a una dimensione più alta in cui possiamo percepire i differenti aspetti come le due facce di un’unica realtà.
C’è un’immagine molto antica, impressa non a caso sull’anello che Jung portò al dito fino alla morte: rappresenta un essere antropomorfo con la testa di gallo, il busto e le braccia di uomo con due serpenti al posto delle gambe. Impugna con una mano una verga e con l’altra un oggetto circolare che potrebbe rappresentare uno scudo o, come vedremo, un tamburo. Il suo nome è Abraxas.