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In questi ultimi versi pulsa ancora incalzante una dissonanza che rivendica armonia. Abraxas l’illuminato, Abraxas il folle. In questi opposti abbracciati risuona l’eco deflagrante nei versi del “Tuono, Mente perfetta”, poema gnostico il cui soggetto narrante è una femmina che dice di essere onorata e disprezzata, prima e ultima, santa e prostituta; di essere il sapere e l’ignoranza, la vergogna e l’impudenza, la guerra e la pace. Se consideriamo che anche Tuono rimbomba nel cuore, come fosse un tamburo, per annunciare una comprensione che lo faccia vibrare di una frequenza superiore, l’analogia tra i due simboli risulta davvero suggestiva.
E a tale riguardo, rischiando il pettegolezzo, è irresistibile ricordare le “Fabulae”, datate II secolo dopo Cristo, in cui il mitografo Igino, citando Eumero da Corinto e il grande Omero, parla delle coppie di cavalli che nella mitologia greca trainano il carro del Sole: ebbene due di questi, un maschio e una femmina, si chiamano rispettivamente Abraxas e Bronte (che in greco significa proprio tuono).
Ma lasciamo ancora parlare Jung-Basilide:
“Vederlo vuol dire cecità,
conoscerlo è malattia
adorarlo è morte
temerlo è saggezza
non resistergli è liberazione”.
Vedere non è toccare, pensare Abraxas solo razionalmente senza intuirlo e sentirlo vivere in sé stessi, rende presuntuosi e ignoranti, poiché per la mente logica la sua ambiguità è insostenibile e, perdipiù, non c’è peggior cieco di chi non voglia vedere. Anche vedere e usare ciò che si vede come una colpa oppure come un alibi assolutorio, comporta sempre un giudizio, una separazione che impone la visione monoculare.
Per conoscerlo è necessario toccare, sperimentare un cammino che attraversi la nostra valle di lacrime e di malattia, senza giudizio, né colpa; senza presunzione, perché è proprio da lì che possiamo attivare un risveglio. È il luogo di un’altra mente, che è pieno e vuoto, disperato e consolato, arido e fertile. Trattarlo come un idolo è sonno della coscienza, un modo per non stare in noi stessi, una morte interiore come quando Abraxas fu spesso considerato mero talismano: pare che dal suo nome, pronunciato per ottenere favori magici, derivasse la parola Abracadabra.
Infine, se fossimo saggi, dovremmo accostarci con umiltà e rispetto a un’energia così terribilmente ambivalente e misteriosa. Inoltre arrenderci alla verità di ciò che siamo, sporchi e puliti, ci rende liberi. Questo lo disse anche un altro pazzo illuminato che si chiamava Gesù.
Più avanti il sermone recita: “Ogni cosa che chiedete supplicando al Sole suscita un atto del demonio. Ogni cosa che fate per il dio Sole, dà al Diavolo potenza di agire. Questo è Abraxas il terribile..."
Attenzione, perché stare in uno dei due poli induce a preferire solo la luce e questo dona potere all’ombra. Se escludiamo la possibilità che dietro un nostro atto d’amore si possa nascondere malvagità, opportunismo o avversione, allora non solo questa parte negata prenderà forza, ma si potrà manifestare a nostra insaputa in modo devastante.
Questo Dio gallo serpentino che suona il tamburo con i piedi nell’ombra e la testa nel sole, rappresenta l’istanza psichica che ci salva se non rinneghiamo la nostra cattiveria, e che ci ostacola se ci impantaniamo nella nostra bontà.
Per concludere lasciamo parlare direttamente l’organista Pistorius mentre istruisce il protagonista del romanzo “Demian” di Hermann Hesse: “Caro Sinclair, il nostro Dio si chiama Abraxas ed è Dio e Satana e abbraccia in sé il mondo chiaro e il mondo scuro”. E poco dopo, lo esorta a non avere paura dei propri pensieri, dei propri desideri, delle proprie fantasie. Di non renderli innocui scacciandoli moralisticamente, perché hanno una buona ragione per esserci. Lo invita a pensare che vengano da Abraxas. Perché, aggiunge, quando odiamo qualcuno o qualcosa, stiamo odiando senza saperlo una parte che vive dentro di noi, poiché “non esiste realtà tranne quella che è in noi”.
Una delle cose che maggiormente detestiamo nelle nostre vite, nelle nostre relazioni, è infatti proprio la contraddizione, quella che ci abita e che non vogliamo vedere. Perciò dietro una forzata immagine di coerenza si cela l’inganno o, peggio, un prezzo altissimo da pagare in termini di autenticità e di fedeltà a noi stessi.
Accettare la nostra complessità non è facile, ma l’invito di questo dio/demone che vive nelle profondità del nostro essere è quello di diventarne consapevoli.
Nel battere ritmico del cuore la sistole non è in conflitto con la diastole, ma si avvicendano solidali per tenerci in vita. Eppure sono azioni contrarie. Impariamo dal nostro muscolo pulsante, ma anche da ciò che esso simbolicamente rappresenta in termini di equilibrio e integrazione, di apertura e accoglienza. Abraxas il terribile ci invita a contemplare il movimento e la quiete, l’ordine e il caos, l’alfa e l’omega. Ci invita a contemplare noi stessi e il mondo con entrambi gli occhi.