Una riflessione sulle maschere che a volte ci accompagnano, e che diventano per noi una seconda pelle, difficile da distinguere rispetto alla verità che spesso, inconsapevolmente, nascondiamo a noi stessi e agli altri.
C’è una ragazza curiosa che ama osservare i più grandi. Lo fa per imparare, soprattutto da quando ha capito che le loro contraddizioni sono, a tal fine, dati estremamente interessanti. Come quando vede sua madre complimentarsi con la vicina per le piante del suo balcone e poi, rientrata in casa, definirla sottovoce “pollice nero”. Oppure mentre spia da dietro la zia pacifista seduta sul divano augurare, sul cellulare e sotto pseudonimo, la morte ai Talebani. Anche il fratello maggiore la stupisce quando, da convinto divulgatore salutista, poi fuma di nascosto in garage. Non è tanto la contraddizione in sé che la turba, quanto il nascondere.
Le sembra che stiano tutti recitando una parte, un ruolo di cui talvolta dimenticano il copione. E se invece quel copione l’avessero imparato talmente bene da diventarne schiavi, ignorando persino le proprie vere emozioni? Come attori inconsapevolmente abili nel dissimulare i propri sentimenti e i propri desideri sotto mentite spoglie.