Proprio l’altro giorno suo padre, riferendole un commento confidatogli dalla nonna e sentendo che Chiara incuriosita sarebbe andata da lei a chiederne ragione, le aveva intimato: «Non dirle che te l’ho detto io, altrimenti sembra che parliamo di lei!». «Sembra? Ma è così!». A questo suo commento esilarato, il padre aveva risposto con uno scappellotto. Sull’onda dei ricordi recenti torna con la mente ancora a scuola e a quanto sta leggendo non senza fatica, ma i cui contenuti sommari le sono assai chiari: proprio tra le passioni che incatenano gli esseri umani, descritte in modo talvolta terrificante nella Divina Commedia, nell’Inferno del Canto XXIII si aggirano gli Ipocriti. Ricorda bene la nostra Chiara, perché l’immagine è forte: Dante e Virgilio incontrano queste anime che camminano a passo lento e stanco, appesantite da cappe fornite di cappucci calati davanti agli occhi, dorate fuori in modo abbagliante e fatte di piombo all’interno. Le sembra l’esatta descrizione di un’apparenza luminosa che nasconde una sostanza ombrosa e pesante. Sente come questo sia un aspetto da approfondire, perché non vuole essere moralista e liquidare la questione tra giusto e sbagliato, tra buoni e cattivi. Ragazza curiosa, l’abbiamo già detto, e anche un po’ ostinata. Ne parlerà col suo maestro di teatro. 
Le piace quell’odore del palcoscenico che sa di polvere e sudore, le piace il rumore dei passi sull’assito e il calore dei faretti mentre, con la mano a visiera, cerca tra le poltroncine della piccola platea il maestro che la sta aspettando. Scende e si siede accanto a lui, sciorinando in un fiato tutte le sue scoperte e aggiungendo una mitragliata di domande. Quando ha finito, lo guarda con gli occhi spiritati e lui sorride intenerito da tanto entusiasmo.

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