Appoggia gli occhiali sul bracciolo e si accomoda meglio per starle di fronte. «La questione è affascinante e complessa: esiste una vasta letteratura su realtà e finzione, così come sul lavoro dell’attore. Ti dico quello che penso io, che poi è quello che cerco di trasmettervi nel lavoro che facciamo insieme: apparire o essere? Tu quel personaggio lo fai o lo sei? Certo, si tratta sempre di finzione, ma cosa marca la differenza? Come vedi, più che risposte voglio offrirti delle domande». Chiara è lapidaria: «Be’, quando lo faccio mi sento come una scimmia che imita, ma resta scimmia; quando lo sono è perché mi sono messa un po’ in disparte e divento qualcos’altro. Anzi, di più, è come se diventassi una me che conosco poco. Il personaggio mi fa incontrare parti di me che magari prima ignoravo».
«Brava ragazza, vedo che stai imparando. Ma cerchiamo di capire cosa possa avere a che fare questo con l’ipocrisia che per i Greci significava solo arte drammatica, e che oggi per noi descrive un’attitudine a mostrare emozioni, pensieri e virtù che non si hanno, a celare le proprie vere intenzioni per fare buona impressione o per ispirare fiducia. In fondo anche questo è recitare, non trovi?». «Ma sì, immagino che per questo si sia utilizzata una parola riferita a chi interpreta un ruolo, ma qui si tratta di pessimi attori! Preoccupati solo di esporre un’apparenza impeccabile che nasconde una sostanza diversa. Guitti, fini dicitori. Il teatro è un’altra cosa!».
L’IPOCRISIA DENTRO E FUORI DI NOI
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- Scritto da LUCIANA MOGGIO
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