Invece qualcosa cambia con l’avvento di una rivoluzionaria facilità: poter incontrare e comunicare a debita distanza e in piena sicurezza nel chiuso della propria stanza, magari in pigiama. Oppure al parco, per strada, in coda a uno sportello. Comunque “altrove”.
È buffo notare molti studenti, nei minuti della ricreazione in cortile, sedersi su un muretto, in fila, e invece che stare lì a parlare tra loro, ognuno è col naso su un display a chattare per i fatti suoi, in luoghi lontani dal corpo seduto lì, insieme ad altri corpi. Oppure capita di osservare un atteggiamento simile durante i seminari: arriva la pausa e invece che due chiacchiere rilassate tra colleghi, molti preferiscono agguantare il magico strumento e parlare con chi non è presente. La stessa cosa si può facilmente osservare al ristorante: coppie, famiglie, ma anche gruppi di amici che passano la maggioranza del tempo del pasto col cellulare in mano, ognuno per conto suo.
Come se fosse più semplice relazionarsi con gli assenti e scappare via da una situazione che in qualche modo potrebbe compromettere la sicurezza emotiva. Dire la propria al mondo, senza il pericolo immediato di una reazione qualsiasi. Quando e se arriverà, come in fondo si spera, ci sarà il tempo per trovare una degna risposta. E avanti così.
Invece ora facciamo un passo indietro iniziando a immaginare di ripercorrere questi luoghi virtuali della socialità, che azzerano il tempo e lo spazio creando immediata vicinanza tra le persone e accesso illimitato a ogni tipo di informazione. Questo è un dato positivo, ma l’altra faccia della medaglia è il rischio dell’isolamento dovuto a comodità e distanza di sicurezza che possono condannare a un’abitudine esclusiva e compulsiva. Vicini e lontani, soli e in compagnia, contemporaneamente.
Vi si può accedere da una zona protetta in cui, anche non visti, è possibile sentirsi visti e vedere cosa combinano gli altri. Sì, perché appare chiaro fin dall’inizio che la ricerca sia ancora quella di uno sguardo.

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