Tuttavia ciò, purtroppo, non riesce a evitare grossi pericoli, come innumerevoli esempi hanno dimostrato annerendo la cronaca di esiti anche letali: casi di bullismo, persecuzione, abuso e calunnia hanno spinto qualcuno al suicidio. Qualcosa ha fatto abbassare la guardia sia alle vittime che ai carnefici; qualcosa è sfuggita di mano e tutto il controllo e la protezione che si credevano di avere sono spariti lasciando spazio alle schegge impazzite, fino a conseguenze estreme. 
Un altro aspetto che salta agli occhi è il non rendersi conto delle proprie contraddizioni. Eppure sono lì sotto gli occhi di tutti, ma l’unico a non accorgersene è l’autore di campagne per la protezione del cinghiale e, subito dopo, della richiesta di morte lenta e crudele per i cacciatori. La disinvoltura con cui si passa dalla poesia di Rumi alle peggiori invettive a sfondo sessuale contro la ministra antipatica. Schegge vaganti. Non accorgersi, scarsa attenzione. Meccanicità, direbbe il vecchio maestro armeno.
E allora, cosa si può fare? Rinunciare a mettersi in linea? Non iscriversi al social network? 
No. Cadere nel contrario non è una soluzione e ancora una volta lo spartiacque è dato non tanto dal cosa fare, ma dal come farlo. Innanzitutto “come si sta”, e cioè portare attenzione e consapevolezza sul proprio stato. 
Buffo che su Facebook la prima domanda in cima alla pagina sia proprio: “A cosa stai pensando?” che sembra anche chiedere: “Come stai?”. E uno dovrebbe essere costretto almeno a rispondersi. In che stato mi trovo? Con quali esigenze? Perché sono qui? A cosa mi serve? E onestamente rispondersi.
Qui torniamo sul collegamento tra il nostro tema e l’Insegnamento. Qui troviamo la chiave per entrare nel vivo della questione. Vivo nel senso di concreto. 

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