E proprio la rete può farci vedere chiaramente, se stiamo attenti, i paradossi che possono istruirci inducendo delle domande da fare a noi stessi e che riguardino invece le schegge più pungenti. Come, per esempio, la solitudine, la carenza, l’ansia, la noia. 
Tutta roba che ha a che fare col vuoto, e non c’è niente che si tema di più. Per colmarlo esistono gli altri, sui quali riversare ogni tipo di aspettativa. E proprio questo rende così difficili le relazioni umane: portare fuori un compito che solo in se stessi è possibile svolgere. Solo allora, creando prima una relazione sana e reale con l’universo interiore, diventerebbe possibile una relazione sana e reale con gli altri. A quel punto persino le relazioni virtuali potrebbero avere un fondo di realtà.
A questo punto potremmo ipotizzare le ragioni che spingono le persone a cercare nei rapporti virtuali ogni tipo di soddisfazione: alla base c’è il bisogno di schermarsi, di coinvolgersi entro certi limiti, di raggiungere con poco sforzo, di apparire al meglio, di attirare l’attenzione, di sentirsi ammirati. Se guardiamo bene, è la ricerca di uno sguardo indulgente che, specchiandosi nell’altro, possa restituire quello che non si sa altrimenti dove prendere. Non è tanto agli altri che si vuole interessare, quanto piuttosto a se stessi e loro si riducono a uno strumento. Questo avviene sempre e ovunque nella vita quotidiana, anche dal panettiere: quante delle nostre relazioni concrete sono spesso più astratte di un videogioco? Solo che sembra più facile rincorrersi in un’altra realtà, accoccolati sul divano della coscienza e all’illusorio riparo dalle intemperie emozionali. 

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