Innanzitutto allora, come mostrarsi? Per quello che si è o che si crede di essere? O che si vorrebbe essere? Quale impressione dare? O il timore di mettersi in mostra potrebbe indurre a nascondersi dietro mentite spoglie, o addirittura l’anonimato?
All’atto dell’iscrizione è necessario un profilo personale e immediatamente si attivano istanze psichiche diverse, quelle sì purtroppo invisibili, che discutono su cosa inserire nei campi richiesti: data di nascita, luogo, nome, titolo di studio, professione, interessi, cinema e letture preferite.
Si va dal basso profilo, cioè poche informazioni essenziali, a volte nulle o anche false, al più fulgido curriculum. E poi c’è la foto che può essere quella ritenuta migliore per avvenenza e fascino, ma anche quella spiritosa o addirittura sgradevole. Magari al suo posto può apparire un oggetto, un animale, un simbolo insomma che rappresenti qualità estetiche e morali. O invece lasciare il vuoto, l’icona senza volto prevista dal sistema.
Quale immagine dare che possa definire una personalità?
Ecco, personalità: qui diventa interessante ricordare come Gurdjieff attribuisse questo nome al gruppo di io deputato alla difesa, all’adattamento al mondo: io generati dal bisogno di sentirsi riconosciuti e dietro i quali nascondere quelli feriti e più fragili. Una maschera protettiva e finta, allo stesso tempo utile per sopravvivere emotivamente e dannosa per la conoscenza della propria verità emotiva.
A proposito del nostro tema, appare ancora più interessante chiedersi quale io, nel momento della scelta di un ritratto personale, decida cosa presentare di sé al mondo virtuale e se per caso non stia costruendo un’altra maschera. La maschera della maschera.
RELAZIONI VIRTUALI E LAVORO SU DI SÉ
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- Scritto da LUCIANA MOGGIO
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